Il liberalismo identitario è un’illusione pericolosa

Il 18 novembre del 2016 sul New York Times viene pubblicato un editoriale di Mark Lilla, docente alla Columbia University. Donald Trump ha appena vinto le elezioni presidenziali negli Stati Uniti. Il Paese è in subbuglio. Il partito democratico vacilla. I liberal sono confusi e abbattuti. «Una delle tante lezioni della recente elezione presidenziale e del suo esito ripugnate è che l’età del liberalismo identitario deve finire», sentenzia Lilla. The End of Identity Liberalism recita il titolo dell’articolo, che provoca migliaia di commenti e un’accesa discussione, ancor più vigorosa in seguito alla pubblicazione del libro (tradotto in italiano come L’identità non è di sinistra. Oltre l’antipolitica) in cui Lilla amplia le tesi dell’editoriale.

Per Lilla, i Democratici hanno perso a causa di una strategia elettorale fallimentare: l’enfasi sulla identity politics, quell’ampia gamma di rivendicazioni politiche, affermatesi a partire dagli anni Settanta soprattutto negli Stati Uniti, che si basano su un’esperienza condivisa di ingiustizia sperimentata dai membri di particolari gruppi sociali, i quali reclamano caratteristiche distintive rispetto a quelle dei gruppi maggioritari, dominanti, considerati oppressivi o discriminanti.

È la identity politics ad aver trasformato il partito democratico da espressione della classe lavoratrice a semplice coalizione di membri delle élite e delle zone benestanti degli Usa, condotti sulla cattiva strada dai «guerrieri della giustizia sociale».

Lilla accusa il «panico morale su razza, genere, identità sessuale che ha distorto il messaggio del liberalismo e impedito che divenisse una forza unificante». La politica delle identità, sostiene, funziona fino a quando si analizzano i problemi sociali, ma quando c’è da elaborare un programma politico, una strategia per conquistare il potere, occorre evitarla, perché è una politica massimalista. Essere consapevoli delle differenze e «celebrarle» è «uno splendido principio di pedagogia morale, ma è disastroso come base per la politica democratica nella nostra epoca ideologica». Lilla non nega che alcuni gruppi sociali siano discriminati, ma ritiene che il sostegno alle forme di rivendicazione identitaria non produca effetti politici rilevanti, al di là del piano retorico: «le elezioni non hanno a che fare con l’espressione di sé. Sono una competizione».

Solo vincendo, solo conquistando il potere, argomenta lo storico delle idee e docente della Columbia University, si possono cambiare le cose, anche per i gruppi svantaggiati. Serve più coscienza politica, meno coscienza identitaria. «Più sindaci, meno marciatori» e manifestanti.

Oltre a essere elettoralmente perdente, sostiene Lilla, la strategia elettorale dei Democratici, centrata sul sostegno alle forme di rivendicazione identitaria, fa il gioco della destra. «I liberali dovrebbero tenere a mente che il primo movimento identitario nella politica americana è stato il Ku Klux Klan, che esiste ancora. Chi gioca il gioco identitario deve essere preparato a perderlo». Per dimostrare la sua tesi, riporta una dichiarazione dell’ex braccio destro e stratega di Trump, Steve Bannon. «Più i Democratici parlano di identity politics e meglio è. Vorrei che parlassero di razzismo ogni giorno. Se la sinistra si concentra su razza e identità, e noi invece sul nazionalismo economico, possiamo schiacciarli». Bannon ha ragione, sostiene Lilla. L’identity politics «può funzionare per loro, non per noi». La politica dei movimenti identitari incoraggia la radicalizzazione delle posizioni, impone test di purezza sugli altri. Per questo, va archiviata: «dobbiamo abbandonare la retorica della differenza, per appellarci a ciò che condividiamo», dichiara in un’intervista al New Yorker, in cui torna a criticare quelli che per lui sono alcuni dei tratti salienti della identity politics: l’essenzialismo e il narcisismo.

Fattori che Lilla riconduce a una lunga traiettoria storica, che dal liberalismo inclusivo che va «dal New Deal agli anni Ottanta» porterebbe a un’ideologia «che feticizza le nostre appartenenze individuali e di gruppo» a spese «di un ‘noi’ universale democratico». Per lui, la identity politics – quella forma di politica emersa su ampia scala negli Stati Uniti con la seconda ondata del femminismo, il movimento per i diritti civili dei neri, i movimenti di liberazione di gay e lesbiche, le rivendicazioni degli Indiani d’America, etc – non è che il frutto avvelenato del ‘68: narcisismo, autoreferenzialità, micropolitica, fissazione per la diversità. «Reaganismo di sinistra».

Ma «un arcobaleno non è una visione appropriata del tipo di mondo che vogliamo costruire insieme». La politica vera è un’altra cosa.

La lettura di Lilla è simile a quella di altri interpreti critici della identity politics, per i quali se la mobilitazione politica viene sollecitata intorno a un unico asse – il genere, la comunità di appartenenza, l’orientamento sessuale, etc – ciò si traduce in una inevitabile pressione affinché i membri del gruppo in questione identifichino quell’asse come l’unica caratteristica che li identifica. Un’operazione selettiva e riduttiva dell’identità. Lo schiacciamento dell’identità, plurale e costitutivamente aperta all’altro, su un unico tratto, considerato essenziale ed esclusivo.

La traiettoria storica illustrata da Lilla assomiglia a quella che Francis Fukuyama riepiloga nel suo ultimo libro, dedicato non a caso proprio alla politica del risentimento: Identity. The Demand for Dignity and the Politics of Resentment. Anche per Fukuyama la sinistra – statunitense e non solo – è stata ammaliata dalle sirene identitarie: «Il problema della sinistra contemporanea è quella particolare forma di identità che ha scelto di celebrare sempre più spesso. Piuttosto che costruire solidarietà intorno a collettività ampie come la classe lavoratrice o coloro che sono sfruttati economicamente, la sinistra si è concentrata su gruppi sempre più piccoli, marginalizzati in modi specifici. Si tratta di una parte della più ampia storia del destino del liberalismo moderno, nel corso della quale i principi di riconoscimento universale ed egalitario si sono trasformati nello speciale riconoscimento di gruppi particolari». Così, se «nella maggior parte del ventesimo secolo le contrapposizioni principali erano basate sulle questioni economiche relative a quanto dovesse intervenire lo Stato per promuovere l’uguaglianza versus quanta libertà andasse concessa agli individui e al settore privato», oggi «la politica ruota sempre di più attorno alle affermazioni di identità. I conflitti attuali che riguardano razza, genere, orientamento sessuale e simili, spesso hanno più a che fare con la dignità offesa che non con le risorse materiali», scrive Fukuyama, per il quale Donald Trump si è assicurato l’elezione perché molti suoi elettori – i famosi lavoratori bianchi, delle aree periferiche e deindustrializzate del Paese – si sono sentiti invisibili, e il loro arretramento economico si sarebbe tradotto in un arretramento di status e dignità. «Oggi la politica è definita meno dalle preoccupazioni ideologiche o economiche e più dalle questioni identitarie», chiosa Fukuyama. Il riconoscimento, lo status, la cultura dunque, prima ancora che le condizioni materiali, la redistribuzione, l’economia. Anche per lui, come per Lilla, l’affermazione della destra è responsabilità dell’enfasi che la sinistra ha accordato alla identity politics: «forse la cosa peggiore della identity politics per come è praticata oggi dalla sinistra è che ha stimolato l’affermazione della identity politics della destra». Così, invece, Lilla: è «l’ossessione per l’identità» dei liberal «ad aver incoraggiato gli americani bianchi, rurali, religiosi a pensarsi come un gruppo svantaggiato, la cui identità è minacciata o ignorata».

L’editoriale e poi il libro di Mark Lilla hanno ricevuto critiche severe, da sinistra. Riassunte alla fine del 2017 sul Guardian, in un articolo dal titolo esemplare: «Lilla: il liberal che ha più nemici a sinistra che a destra»: «Contestando Lilla sulla Los Angeles Review of Books, Katherine Franke, collega di Lilla alla Columbia, lo ha accusato di ‘Making White Supremacy Respectable. Again’», rendere la supremazia bianca di nuovo rispettabile, «comparandolo all’ex leader del Klan, David Duke. In una recensione ostile sul New York Times, la storica di Yale Beverly Gage ha definito il libro di Lilla come un ‘trolling mascherato da erudizione’», una provocazione offensiva, in particolare per le critiche rivolte a Black Lives Matter, movimento considerato da Lilla esemplare per «come non va costruita la solidarietà». Mentre nel saggio The First White President, lo scrittore e saggista Ta-Nehisi Coates, giornalista di The Atlantic, sostiene che le obiezioni mosse da Lilla alla  identity politics non sono altro che un modo per accreditare e legittimare un’altra forma di identity politics, quella bianca:

«Ciò che si appella alla classe lavoratrice bianca è nobilitato. Ciò che si appella ai lavoratori neri, e a tutti gli altri fuori dalla tribù, è ignobilmente, meschinamente identitarismo».

Sottesa alla critica di Ta-Nehisi Coates c’è una questione importante, l’idea che il soggetto politico che la teoria liberale ipotizza e celebra nel suo rapporto con la collettività non sia appropriato, perché è ritenuto neutro, ma neutro non è: bianco, uomo, borghese ed eterosessuale. La retorica universalista del liberalismo nasconderebbe il rischio di eludere o eliminare l’esperienza e l’oppressione di soggetti politici o minoranze storicamente discriminati o marginalizzati. Si tratta, a guardar bene, di una variante dell’interrogativo irrisolto sulla neutralità culturale e di valori della democrazia liberale, su cui hanno ragionato e scritto studiosi come Charles Taylor, Jürgen Habermas e, poi, Will Kymlicka.

Tra le obiezioni più diffuse alle tesi di Lilla c’è quella di chi gli imputa una visione troppo «culturalista» dei processi sociali, centrata sulla sovrastruttura e miope invece rispetto alla struttura, per dirla con termini desueti, ma ancora utili. Così, per esempio, a proposito della genealogia della cultura del narcisismo e del reaganismo di sinistra, sulla Boston Review of Books Samuel Moyn, storico dell’università di Yale, ricorda a Mark Lilla che, se avesse prestato maggiore attenzione alle «condizioni materiali», alle politiche economiche e ai loro effetti reali, se nel suo libro non avesse citato e subito dimenticato Marx, si sarebbe accorto che

«la storia di ciò che è accaduto tra il 1968 e Trump ha a che fare con l’economia e con la politica, non soltanto con la cultura» (ancor meno con la cultura universitaria, su cui sembra concentrarsi Lilla).

Dalla fine degli anni Settanta, i democratici si sono uniti ai repubblicani «non tanto nella identity politics che Lilla interpreta come una forma indiretta di neoliberalismo, ma nel neoliberalismo stesso»: «non il neo-romanticismo, ma il neo-conservatorismo e il neo-liberalismo sono stati i catalizzatori per i movimenti identitari».

Si tratta di quel progressivo spostamento di baricentro della sinistra raccontato a grandi linee anche da Fukuyama, nel suo ultimo libro: «Nei decenni finali del ventesimo secolo, le ridotte ambizioni della sinistra per riforme socio-economiche di ampia scala si sono unite con l’abbraccio alla identity politics e al multiculturalismo». La «tendenza a focalizzarsi sulle questioni culturali avrebbe distolto energie e attenzione dal pensare seriamente a come invertire la trentennale tendenza in molte democrazie liberali alla maggiore disuguaglianza socioeconomica».

Più chiaramente lo ha spiegato però Nancy Fraser, docente alla New School for Social Research di New York, che ha ricordato come il progetto politico che privilegia il riconoscimento delle differenze  – la identity politics – sia nata negli anni Settanta sulla spinta dei movimenti socialisti di sinistra, all’interno della New Left, con l’idea di approfondire, radicalizzare l’idea di uguaglianza sociale. Ma nello stesso periodo «la destra e il neoliberalismo stavano erodendo le basi sociali dell’egalitarismo, e il principio dell’uguaglianza sociale è finito col subire l’attacco contestuale del mercato e del neoliberalismo da una parte e del nuovo programma della sinistra dall’altro». All’interno di quel particolare contesto storico, e all’interno di quella particolare comunità politica e sociale che sono gli Stati Uniti, la battaglia per il riconoscimento delle differenze ha modificato la propria valenza, «diventando involontariamente uno strumento utile alla crescita del neoliberalismo» e provocando «il problema dello spostamento»: lo spostamento dell’attenzione dalla redistribuzione economica al riconoscimento delle differenze culturali, che a sua volta ha contribuito all’affermazione del neoliberalismo progressista. Per la sinistra, sostiene Nancy Fraser,

la soluzione oggi sta nel divincolarsi dall’abbraccio al (e del) neoliberalismo, e dal pensare insieme, non come necessariamente opposte, la dimensione distributiva della giustizia, legata alle problematiche di classe, e quella del riconoscimento, legata alle problematiche culturali e di status.

Privilegiando le problematiche culturali e di appartenenza e dimenticando quelle relative alla giustizia economica, le soluzioni offerte da Lilla – un liberalismo post-identitario, che trascenda identità individuali e si traduca in «nazionalismo civico» – e da Fukuyama – una «identità nazionale basata sul credo», da opporre a quelle basate sul sangue – non fanno dunque che replicare gli errori che i due studiosi imputano alla sinistra statunitense.

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