Il patriottismo liberale contro la melma nazionalista

Professor Habermas, lei considera la decadenza della figura dell’intellettuale pubblico una realtà o un mero argomento di conversazione tra intellettuali? Non c’è una certa dose di malinconia nel parlarne?

Per la figura dell’intellettuale, come lo conosciamo paradigmaticamente in Francia, da Zola sino Sartre a Bourdieu, è stata costitutiva una sfera pubblica le cui fragili strutture oggi si stanno dissolvendo. La domanda nostalgica sul perché non ci siano più intellettuali è posta male. Non ci possono più essere se non c’è più un pubblico di lettori da raggiungere con i loro argomenti.

Pensa che Internet abbia diluito quella sfera pubblica che era garantita dai grandi mezzi di comunicazione tradizionali e che ciò abbia avuto ripercussioni “reali” (non transitorie o fittizie) sui filosofi, pensatori, etc.?

Sì, la figura storica dell’intellettuale è cresciuta, sin da Heinrich Heine, con la configurazione classica di un pubblico liberale. Ma questa vive di presupposti culturali e sociali improbabili. Ciò comprende un intero sistema di istituzioni, ma soprattutto l’esistenza di un giornalismo vigile, mezzi di comunicazione di riferimento e una stampa di massa in grado di orientare l’interesse della stragrande maggioranza dei cittadini verso i pochi temi rilevanti per la formazione dell’opinione politica. E include anche un pubblico interessato alla politica, ben istruito, abituato al processo conflittuale di formazione dell’opinione pubblica e che ha il tempo per leggere i giornali indipendenti di qualità. Oggi questa infrastruttura non è più intatta; anche se, a quanto mi risulta, in Paesi come la Spagna, la Francia e la Germania, è ancora la migliore. Ma l’effetto di frammentazione di Internet ha marginalizzato il ruolo dei media tradizionali, almeno tra le nuove generazioni. Già prima che iniziassero le tendenze centrifughe e dispersive dei nuovi media, la disintegrazione del pubblico politico fu avviata dalla commercializzazione dell’attenzione pubblica. Gli Stati Uniti, con il loro dominio esclusivo della televisione privata, sono un esempio ammonitore. Nel frattempo, i nuovi media stanno perseguendo una commercializzazione molto più insidiosa. L’obiettivo non è direttamente l’attenzione dei consumatori, ma lo sfruttamento economico dei profili privati degli utenti. I “clienti” vengono inconsapevolmente derubati dei loro dati personali in modo da poterli manipolare ancora meglio, a volte anche per scopi politicamente “mafiosi”, come abbiamo appena appreso dallo scandalo di Facebook.

Non pensa che Internet, al di là dei suoi indiscussi vantaggi, abbia favorito una nuova forma di analfabetismo? 

Lei pensa alle Shitstorms (“tempeste di merda”), alle bolle e alle Fake News dei tweet di Donald Trump. Non si può nemmeno dire che questo tizio sia al di sotto del livello della cultura politica del suo Paese.  Semplicemente, egli sta distruggendo quel livello in modo duraturo. Tuttavia, dall’invenzione della stampa di libri, che ha reso tutte le persone potenziali lettori, ci sono voluti secoli perché l’intera popolazione imparasse a leggere. Internet, che ci trasforma tutti in potenziali autori, ha solo un paio di decenni. È possibile che nel tempo impareremo a gestire i social network in modo civile. Internet ha già aperto milioni di utili nicchie subculturali in cui è possibile scambiare informazioni affidabili e opinioni fondate. Pensate ai blog di scienziati che intensificano il loro lavoro accademico in questo modo, ma anche, ad esempio, ai pazienti affetti da una malattia rara che contattano un’altra persona nella loro stessa situazione da un continente all’altro per aiutarsi a vicenda con i consigli e le proprie esperienze. Si tratta indubbiamente di importanti vantaggi comunicativi, che non servono solo ad aumentare la velocità delle transazioni e delle speculazioni sui mercati borsistici. La rete, in quanto tale è un progresso. Con l’invenzione della scrittura sono nate civiltà avanzate, con l’invenzione della stampa, la Riforma, l’istruzione generale e la sfera pubblica borghese. Sono troppo vecchio per giudicare l’impulso culturale che i nuovi media innescheranno. Ciò che mi irrita è il fatto che questa è la prima rivoluzione mediatica nella storia dell’umanità a servire principalmente scopi economici e non culturali.

Quali tracce rimangono della sua vecchia affiliazione marxista? Jürgen  Habermas si considera ancora un uomo di sinistra? 

L’economia politica non è il mio oggetto di ricerca, ma ho lavorato e lottato per posizioni di sinistra all’Università e nella sfera pubblica per sessantacinque anni. Se da un quarto di secolo sostengo un approfondimento politico dell’Unione europea, lo faccio con l’idea che solo questo regime continentale potrebbe seriamente avere il potere di domare un capitalismo che è diventato selvaggio. Non ho mai abbandonato la critica del capitalismo, ma non ho mai dismesso la consapevolezza che le diagnosi del tempo buttate lì non bastano. Non sono uno di quegli intellettuali che spara senza puntare.

Trovo ammirevole la sua difesa del “patriottismo costituzionale” (e mi identifico pienamente con esso). Suona come un medicinale rispetto ad altri patriottismi a buon mercato dell’inno e della bandiera. Ma il “patriottismo costituzionale” è più difficile da praticare dell’altro, non è vero?

Ebbene, non si tratta solo dei principi astratti dello Stato costituzionale democratico, ma della memoria viva del contesto nazionale in cui questi risultati sono emersi – le lotte storiche, le sconfitte e i felici successi. Quando nel 1984, su invito dell’allora Presidente del Parlamento spagnolo, tenni un discorso alle Cortes, ci recammo dopo in un ristorante storico per cena. Se ricordo bene, era sulla strada che dal Parlamento conduce a Piazza del Sol, sul lato sinistro. Comunque sia, durante la vivace chiacchierata con i nostri impressionanti ospiti – molti dei quali erano socialdemocratici che avevano partecipato alla stesura della nuova Costituzione del Paese – mia moglie e io abbiamo appreso che la cospirazione per preparare la proclamazione della Prima Repubblica Spagnola nel 1873 aveva avuto luogo lì. Quando lo sapemmo, la sensazione fu completamente diversa! Il patriottismo costituzionale ha bisogno di narrazione appropriate per tenere sempre presente che la Costituzione è la conquista di una storia nazionale.

E in questo senso, lei si considera un patriota? 

Mi sento patriota di un Paese che, dopo la seconda guerra mondiale, finalmente, instaurato una democrazia stabile e, nel corso dei decenni successivi di polarizzazione politica, una cultura politica liberale. Lo dico con esitazione e lo faccio per la prima volta, ma in questo senso sono un patriota tedesco. Sarei stato sorpreso se, all’estero, non fossi stato riconosciuto a prima vista come un prodotto della cultura tedesca, con la mia impronta mentale e tutti i miei habitus intellettuali. Sono addirittura orgoglioso di questa cultura quando la seconda o la terza generazione di immigrati turchi, iraniani, greci, o da qualsiasi parte provengano, improvvisamente appaiono nella sfera pubblica come i più grandi registi, giornalisti e presentatori televisivi, i dirigenti e i medici più competenti o i migliori scrittori, politici, musicisti o insegnanti. Si tratta di una dimostrazione tangibile della forza e della capacità rigenerativa della nostra cultura. Una cultura rimane viva solo finché convince le generazioni future, anche a tale distanza, che vale la pena di appropriarsi ermeneuticamente del passato e proietarsi nel futuro. Se si osserva questa dinamica, allora, il rifiuto aggressivo dei populisti di destra contro persone senza le quali non avremmo potuto avere questa dimostrazione è una vera e propria sciocchezza.

Considerando le intransigenze reciproche, c’è un (nuovo) scontro di civiltà?

Penso che sia una tesi totalmente sbagliata. Le civiltà più antiche e potenti sono state plasmate dalla metafisica e dalle religioni mondiali studiate da Max Weber. Tutte possiedono un potenziale universalistico e, quindi, sono state concepite per l’apertura e l’inclusione. Il fondamentalismo religioso è un fenomeno del tutto moderno e risale allo sradicamento sociale che si è verificato e persiste ancora a seguito del colonialismo, della decolonizzazione e della globalizzazione capitalista.

Lei ha detto una volta che l’Europa dovrebbe sostenere un “islam europeo illuminato”. Lei crede che lo stia facendo?

In Germania, ci sforziamo di includere la teologia islamica nelle nostre Università, in modo tale che gli insegnanti di religione possano essere formati nel nostro Paese e non debbano più essere importati dalla Turchia o da altri Stati. Questo sviluppo dipende essenzialmente dal successo dell’integrazione delle famiglie immigrate. Tuttavia, ciò non è affatto sufficiente per le ondate migratorie globali; l’unico modo di affrontarle sarebbe combattere le loro cause economiche nei Paesi d’origine. Non mi chiedete come ciò possa avvenire senza cambiamenti strutturali nel sistema economico capitalista mondiale. Questo è un problema del secolo – non sono un esperto, ma legga il libro Neben uns die Sintflut: Die Externalisierungsgesellschaft und ihr Preis [“Accanto a noi il diluvio: la società dell’esternalizzazione e il suo prezzo”] di Stephan Lessenich e vedrete che l’origine delle onde che ora tornano in Europa e nel mondo occidentale si trova in queste stesse sponde.

Lei ha scritto un po’ di tempo fa: “L’Europa è un gigante economico, ma un nano politico”. Per quanto riguarda la seconda considerazione, non sembra che nulla sia migliorato, ma per quanto riguarda la prima parte, la situazione è peggiorata. Inoltre, ai referendum francese e olandese si sono aggiunti la Brexit, i populismi, i movimenti neonazisti e il problema nazionalista (Scozia, Catalogna …). Che cosa si può fare?

L’introduzione dell’euro ha diviso la comunità monetaria tra Nord e Sud, tra vincitori e vinti. Il motivo è che le differenze strutturali tra le regioni economiche nazionali non possono essere compensate senza progressi verso l’unione politica. Mancano valvole, quali la circolazione del lavoro in un mercato unico o un sistema comune di sicurezza sociale e difettiamo di competenze europee per una politica fiscale comune, investimenti mirati, programmi di sviluppo regionale, eccetera. A ciò si aggiunga il modello politico neoliberale incorporato nei trattati europei, che rafforza ulteriormente la dipendenza degli Stati nazionali dai mercati globalizzati. L’elevata disoccupazione giovanile nei Paesi del Sud è uno scandalo che grida vendetta al cielo. La disuguaglianza sociale è aumentata ovunque e ha minato la coesione sociale dei nostri cittadini. Tra coloro che riescono ad adattarsi si sta affermando il modello economico liberale che orienta l’azione a proprio vantaggio; tra coloro che si trovano in una situazione di disagio si stanno diffondendo paure regressive e reazioni di rabbia irrazionale e autodistruttiva. Entrambe possono essere facilmente indirizzate politicamente verso i canali delle idee particolariste. I privilegiati non vogliono più stare nella stessa barca degli svantaggiati e chiedono l’indipendenza regionale. Gli esclusi o coloro che sono minacciati dalla retrocessione si allontanano dalle élite politiche e si trincerano nella propria melma nazionalista. Ciò spiega perché non vi sia una maggioranza a favore di una cooperazione rafforzata a livello europeo, che potrebbe condurre fuori da questo circolo vizioso.

Professore, ritiene che gli Stati nazionali siano più necessari che mai o crede che in qualche modo siano superati? 

Forse non dovrei dirlo, ma ritengo che gli Stati nazionali fossero qualcosa in cui quasi nessuno credeva, ma che doveva essere inventato a suo tempo per motivi eminentemente pragmatici.

Noi incolpiamo sempre i politici per l’attuale fallimento della costruzione politica dell’Unione europea. Ma noi cittadini europei non abbiamo la nostra parte di responsabilità, per pigrizia, egoismo e malinconia? Noi europei crediamo davvero nell’“europeismo”? A livello europeo, abbiamo i governanti che meritiamo?

Questo dubbio è sempre giusto negli Stati democratici, ma deve essere qualificato in vista dell’unificazione europea. I leader politici e i governi hanno finora portato avanti il progetto in modo elitario senza coinvolgere le popolazioni nazionali in queste complesse questioni. Mi sembra che nemmeno i partiti politici e i membri dei parlamenti nazionali abbiano realmente familiarizzato con il complicato tema della politica europea. Dietro il motto “La madre si prende cura del vostro denaro”, Merkel e Schäuble hanno coperto le mosse della loro politica di crisi, in modo esemplare, dall’opinione pubblica e, per molti anni, la nostra stampa si è prestata a questo perverso gioco di sistematica depoliticizzazione.

Le cose cambieranno con la nuova Grande Coalizione e il nuovo equilibrio raggiunto tra una Merkel indebolita dai risultati elettorali e una socialdemocrazia con più ministeri, in particolare l’economia?

Temo che non cambierà molto. Dopo l’uscita di scena di Sigmar Gabriel e Martin Schulz, anche i membri socialdemocratici del governo non daranno più slancio all’Europa. Non vedo più nessuno nel nostro ceto governativo che abbia lo spessore per guardare oltre gli orizzonti del quotidiano opportunismo di potere. 

La Germania ha ancora una vocazione per la leadership e la tutela in Europa? Concorda sul fatto che, finora, la Germania ha confuso l’egemonia con la leadership? E quale ruolo dovrebbe svolgere il paese guidato dall’amato presidente Macron?

Il problema è stato, piuttosto, che il governo tedesco non ha avuto nemmeno il talento o l’esperienza di una potenza egemonica, altrimenti avrebbe saputo che l’Europa non può essere tenuta unita senza tener conto degli interessi degli altri Stati. Negli ultimi due decenni, la Repubblica federale ha agito sempre più come una potenza nazionalista in campo economico. Ci prova ancora Macron, quando cerca, con buona persuasione, di convincere la Merkel a pensare alla sua immagine nei libri di storia.

Negli articoli di stampa lei ha difeso con vera passione la figura politica del presidente francese Emmanuel Macron, che tra l’altro è anche un filosofo. Che cosa l’attrae di più? È il suo europeismo? O, forse, i segni di una statura intellettuale molto superiore alla media dei politici del suo tempo? Vede qualche vantaggio nel fatto che sia un filosofo?

 Per amore di Dio – nessun re filosofo! Ma Macron mi impressiona perché, nell’attuale scena politica, è l’unico ad avere una prospettiva politica. È un intellettuale e un oratore convincente che persegue i giusti obiettivi politici per l’Europa. Nelle circostanze quasi disperate del campagna elettorale, ha dimostrato coraggio personale e, sinora, come Presidente, ha fatto ciò che ha annunciato di voler fare. In un’epoca di paralizzante perdita di identità politica, contro le mie convinzioni marxiste, ho imparato ad apprezzare queste qualità personali.

Tuttavia, è impossibile capire qual è la sua ideologia, se davvero ne ha una…

Sì, lei ha ragione. A tutt’oggi non vedo ancora chiaramente quali convinzioni siano alla base della politica europea del Presidente francese. Vorrei sapere se è almeno un liberale di sinistra convinto – e spero che sia così.

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Traduzione: Luca Corchia e Fiorenza Ratti

La traduzione è stata realizzata dal testo tedesco, redatto il 29 marzo 2018, gentilmente concesso da Jürgen Habermas. Alcune risposte sono più estese rispetto alla traduzione spagnola e inglese pubblicata da «El Pais», il 25 maggio 2018, con i titoli Por Dios, nada de gobernantes filósofos! e For God’s sake, spare us governing philosophers!. Altre, invece, sono assenti nel testo. Ci siamo attenuti all’originale, integrandolo con la versione pubblicata.

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