L’orizzonte intellettuale della crisi europea

“L’Europa è a un bivio”, ed è urgente che decida in che direzione orientare la propria rotta: sulla strada dell’universalismo e dell’inclusione, o su quella opposta dei confini, della paura e dell’ostilità nazionalista e populista, sostiene a Budapest Ágnes Heller, filosofa ungherese il cui nome spicca sulla “lista nera” del primo ministro Viktor Orbán, che dell’antagonismo all’Unione europea ha fatto una bandiera. La costruzione europea vive in un “interregno”, dichiara a Parigi l’intellettuale francese Etienne Balibar, per il quale “il vecchio ordine nazionale è morto, ma la nuova unione postnazionale di stati, che si chiami o no federazione, non riesca ancora a trovare forma” e viene smantellata a colpi di torsioni populiste e scioviniste, rischiando l’implosione. L’Europa è in trappola, chiusa all’interno di un insostenibile status quo, paralizzata dalle stesse spinte centrifughe e dai contrapposti egoismi che la attraversano, lamenta da Berlino Claus Offe, professore emerito di Sociologia politica alla Hertie School of Governance, che guarda con crescente preoccupazione l’avanzare della xenofobia e del razzismo.

Giudizi recenti, di segno opposto rispetto a quelli che un altro autorevole intellettuale, Hans George Gadamer, esprimeva negli anni Ottanta in una serie di saggi e interventi pubblici, poi raccolti in  volume e tradotti in italiano nel 1991 dalla casa editrice Einaudi con il titolo L’eredità dell’Europa: “Vivere con l’Altro, vivere come l’Altro dell’Altro è il principale compito dell’uomo, al livello più basso così come a quello più elevato […]. Di qui forse il vantaggio peculiare dell’Europa, che poteva e doveva imparare l’arte di vivere insieme agli altri”.

Per Gadamer la cornice europea, caratterizzata “dal multilinguismo, dalla prossimità dell’Altro e dall’eguale valore accordato all’Altro in uno spazio estremamente ridotto”, rappresentava una palestra di cittadinanza, di conoscenza reciproca, di mutuo riconoscimento di sé stessi attraverso gli altri. Un esempio da cui il resto del mondo avrebbe dovuto trarre preziose indicazioni per una convivenza pacifica tra popoli.

Posizioni simili a quelle che, ancora nel 2003, poteva esprimere Lionel Jospin, già primo ministro francese, rivendicando la capacità dell’Europa di riuscire a conciliare “un’ampia varietà di culture”, di vivere con una costante diversità grazie a un passato conflittuale ma – appunto – condiviso, che le aveva permesso di “superare gli antagonismi storici e risolvere pacificamente i conflitti”. Come Gadamer, anche Jospin enfatizzava il valore della solidarietà, del rispetto della e nella diversità. Gli stessi valori intorno ai quali, l’anno successivo, avrebbe basato la sua appassionata difesa dell’Europa Zygmunt Bauman nell’edizione originale de L’Europa è un’avventura, in cui sostiene che “l’Europa concepita come ideale (chiamiamolo ‘europeismo’) sfida la proprietà monopolistica. Non può essere negata all’‘altro’, dal momento che incorpora il fenomeno dell’‘alterità’” e, se misurata in base ai suoi orizzonti e alle sue ambizioni, in quanto cultura e civiltà “era e rimane un modo di vita allergico alle frontiere, anzi a ogni fissità e finitezza”. Un’Europa tanto allergica a fissità e finitezza, argomentava altrove Bauman, da “sembrar essere un’officina in cui vengono progettati e collaudati in corso d’opera, anche se per ora su scala ridotta e con ambizioni limitate, gli strumenti necessari per edificare ‘la perfetta unificazione civile nel genere umano’ auspicata da Kant”.

Soltanto quindici anni fa, l’Europa poteva ancora apparire come un promettente laboratorio politico e sociale, un luogo di sperimentazione di inedite forme di convivenza, allergica alle frontiere e all’insularismo culturale, refrattaria alla chiusura identitaria. Pur viziato da molti passi falsi, rimaneva un modello da seguire. Oggi l’impressione è opposta.

L’Europa va salvata da sé stessa, ripetono in molti. Riforma o morte, annunciano altri. Le soluzioni proposte sono diverse. A volte opposte, spesso confuse. L’unica certezza è che mantenere lo status quo sarebbe esiziale per l’Europa e per quel progetto politico ed economico nato con i trattati fondativi dell’Unione europea nel 1957 e oggi in profonda crisi, nota Sergio Fabbrini, direttore della School of Government dell’Università Luiss Guido Carli di Roma in Sdoppiamento. Una prospettiva nuova per l’Europa.

D’altronde, già nel 2009 lo stesso Bauman, convinto sostenitore dell’eccezionalità positiva del vecchio continente, doveva riconoscere il doppio volto dell’Europa. Da una parte l’europeismo, l’idea dell’Europa intesa come una forma di cultura intrinsecamente espansiva ed inclusiva, dall’altra la gestione politica dell’Unione europea, segnata dall“arroccamento, il ripiegamento verso l’interno, la costruzione di steccati, l’installazione di telecamere a circuito chiuso e di macchine a raggi x, la sorveglianza e il controllo dei profughi”. In altri termini, l’Europa che “preferisce sigillare e rendere impermeabili i propri confini per tenerne fuori coloro che premono alle porte, senza preoccuparsi minimamente di porre rimedio alle ragioni di questa pressione”.

Per Ágnes Heller, la “crisi migratoria” rimanda a una contraddizione storica, inaugurata nel diciottesimo secolo e mai risolta, tra i valori dell’universalismo e i vincoli dello Stato-nazione, quello che Seyla Benhabib definisce come il dilemma costitutivo delle democrazie liberali, la contraddizione tra i principi espansivi e inclusivi dell’universalismo politico e morale e le concezioni particolaristiche ed esclusive della ‘chiusura democratica’.

L’Unione europea ha attinto idealmente alla tradizione del repubblicanesimo e della democrazia liberale, sottolinea Ágnes Heller, ma lo stesso repubblicanesimo porta in sé un dissidio fondamentale, perché i diritti dell’uomo e quelli del cittadini possono entrare in competizione.

“Da una parte i rifugiati e i migranti in alcuni casi non soddisfano i criteri per veder riconosciuti formalmente i diritti di cittadinanza, ma dall’altra l’Europa ha comunque il dovere di difendere una sua invenzione, quella dei diritti umani universali”. Droits de l’homme e droits du citoyen collidono. Sta all’Europa come corpo politico, ai cittadini come artefici e protagonisti delle decisioni collettive, decidere in che direzione procedere, di fronte a un simile bivio. Così la più nota allieva di György Lukács, deceduto nel 1971 ma vittima anche lui del primo ministro ungherese Viktor Orbán.

Più che una questione di diritti in competizione, sostiene Sergio Fabbrini, si tratta piuttosto di un malfunzionamento di sistema. Per l’autore di Sdoppiamento la questione migratoria e la paralisi che ne è derivata derivano dalla “costituzione duale” dell’Unione europea: da un lato un sistema di governo sovranazionale, “con una certa democrazia garantita dalla triangolazione tra la Commissione, il Consiglio dei ministri e il Parlamento europeo e una doppia rappresentanza, quella degli Stati e quella dei cittadini”; dall’altro la governance intergovernativa, introdotta con il trattato di Maastricht nel 1992, istituzionalizzata con il successivo trattato di Lisbona e radicalizzata con la crisi del 2008. Una crisi che ha portato alla luce, oltre al differente peso demografico, politico ed economico dei singoli Paesi europei, tutti i limiti di “un’integrazione senza democratizzazione”, l’illegittimità del potere accordato al Consiglio europeo dei capi di governo e, più in profondità, i nodi irrisolti del processo di integrazione. Retto da due logiche opposte, inconciliabili: la logica politica della “ever closer union” dei Trattati di Roma, che guarda all’Unione europea innanzitutto come a un’identità politica che vinca e protegga dai diavoli del nazionalismo (ma che ha condotto all’eccessiva centralizzazione del  potere), e la logica economica di quanti hanno aderito all’Ue adottando una pura visione mercantilista, che ha prodotto la Brexit. Due idee di integrazione inevitabilmente destinate a scontrarsi. Che hanno prodotto la paralisi dell’Europa.

Di fronte alla “decomposizione sospesa del progetto postnazionale”, Etienne Balibar indica due strade. La prima è di ordine socioeconomico. Riguarda la protezione dei cittadini, la regolamentazione dell’economia. “La restaurazione della sicurezza sociale, selvaggiamente attaccata dalle politiche neoliberali europee, spogliata progressivamente di quello che era considerato il suo specifico modello storico, e l’elaborazione di un modello che succeda al welfare state a livello continentale”. La seconda, più complessa e perfino più equivoca della prima, è di ordine politico. Riguarda la necessità di tenere insieme democrazia dal basso e iniziativa politica dall’alto, combinando il sostegno alla “proliferazione di movimenti democratici e sociali” con quello a “una leadership con un programma (qualcosa come un New Deal europeo)” che possa “aiutare a incanalare i movimenti popolari in una direzione democratica…”.

Per Fabbrini serve invece un vero e proprio “cambio di paradigma”, che sappia ricomporre senza negare le asimmetrie tra i paesi europei, superando i limiti delle due principali opzioni dell’integrazione politica, la federazione parlamentare e l’unione intergovernativa. Se la prima non si concilia con le caratteristiche sistemiche di un’unione di Stati, e la seconda non soddisfa i basilari criteri della legittimazione democratica perché rappresenta gli Stati ma non i cittadini, entrambe sono accomunate da un visione organicistica, espansiva dell’integrazione, come se l’Unione europea fosse un organismo teleologicamente orientato all’inclusione unitaria, progressiva e inevitabile.

Una visione errata, statalista, da superare con un nuovo paradigma istituzionale e una “nuova scienza dell’integrazione” che dia vita a due distinte organizzazioni, da un lato una comunità economica inclusiva del mercato comune, dall’altro un’unione politica esclusiva di tipo federale.

Basata su un preliminare accordo politico di valenza costituzionale, una simile unione federale, funzionante secondo la separazione multipla dei poteri, si può realizzare sole se il concetto di federalismo viene svincolato da quello di Stato. Unione federale e Stato federale sono cose ben diverse, sottolinea Fabbrini.

Alla base dell’equivoco che associa come indistinte le due diverse organizzazioni politico-istituzionali, sostiene Sergio Fabbrini, c’è una errata interpretazione delle categorie di sovranità e statualità, che vengono fatte erroneamente coincidere, perché hanno coinciso in quella forma peculiare di organizzazione del potere che è lo Stato-nazione. Una critica simile a quella che, prima del decesso, aveva espresso il sociologo tedesco Ulrich Beck, alle prese nei suoi ultimi libri con un serrato corpo a corpo teorico sugli strumenti per superare quello che A.D. Smith aveva definito e criticato come

“nazionalismo metodologico”, l’idea cioè che i confini della società coincidano con quelli dello Stato nazionale e che ogni ipotesi per la costruzione di una nuova architettura politico-istituzionale non possa che riflettere il rapporto tra sovranità, rappresentanza, territorialità caratteristico dello Stato-nazione.

Se è vero che Fabbrini e Beck puntano a obiettivi diversi – il primo a una unione federale, autenticamente tale, nata per aggregazione, il secondo a uno Stato cosmopolita, di un cosmopolitismo liberato dalle sue “origini nell’universalismo imperiale” –, entrambi rinunciano all’idea, propria di buona parte del pensiero politico moderno (Weber docet) che la sovranità sia unica e indivisibile. Così, per esempio, Beck: “secondo la griglia analitica dello Stato-nazione, può esserci solo una grande nazione (che si tratti di una nazione europea, di uno Stato federale, di un super-Stato), oppure diversi e singoli Stati nazionali, e dunque l’Europa intesa come corpo politico comune. Tale griglia analitica, dunque, prevede una situazione di alternativa radicale e oppositiva, del tipo ‘o/o’, dove a escludersi a vicenda sono da un lato gli Stati-nazione e dall’altro lo Stato europeo”. Un errore, sosteneva Beck, perché impediva di vedere come “l’Unione europea stia andando in direzione di una cosmopolitizzazione degli Stati e della cooperazione”. Una direzione nuova, segnata da un paradosso, perché in Un mondo a rischio “non è la sovranità nazionale a rendere possibile la cooperazione, ma la cooperazione transnazionale a rendere possibile la sovranità nazionale”.

Tutto sta a tracciare in modo rigoroso gli ambiti nei quali la cooperazione va consolidata e quelli nei quali la sovranità nazionale va rafforzata

“Oggi l’Europa fa cose che non è necessario che faccia, e non fa cose che è necessario che faccia”, sostiene Fabbrini. Una sfida difficile, ma inevitabile. Si tratta, per dirla con l’ultimo Bauman, di trovare gli strumenti con cui “separare i fondamenti della legittimità politica dal principio di sovranità nazionale e territoriale, un principio al quale questi fondamenti sono stati legati in modo indissolubile per gran parte della storia moderna. Il tentativo, secondo molti irrealizzabile, è in altri termini quello di ripercorrere il cammino simile a quello compiuto dallo Stato-nazione all’inizio dell’era moderna, coniungando su una nuova base potere e politica”. Non ci sono scorciatoie, ammoniva Bauman. Le crisi vanno affrontate. Fino in fondo e con consapevolezza dei rischi. “La piena consapevolezza che l’itinerario da seguire non è segnato su nessuna mappa, e che ogni passo in avanti potrebbe rappresentare un salto nel buio”.

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