È normale aiutare chi ha bisogno e sta male

Benoît Ducos è una guida alpina: ha salvato una famiglia di migranti persi nella neve alta sulle Alpi francesi. “L’ho fatto perché è normale aiutare chi ha bisogno e sta male”, ha detto, “rischio il carcere, ma lo rifarei”. Lo stesso vale per Alain Mannoni, fermato nel 2016 a Menton con tre eritrei nella sua auto. Condannato in primo grado a sei mesi di carcere è stato poi assolto dal Tribunale di Nizza con la motivazione che “l’aiuto ai migranti per assicurare condizioni di vita degne e decorose non è perseguibile penalmente”.

Cedric Herrou è un contadino francese. Ha comprato un terreno in val Roja, al confine con l’Italia, dove coltiva ulivi e ha un orto. Herrou è diventato il simbolo dell’accoglienza in Francia perché la sua casa si è trasformata in un punto di passaggio per chi, in arrivo da Ventimiglia, cerca di superare la frontiera e proseguire il viaggio verso l’interno del paese o verso il nord Europa. Per avere aiutato duecento migranti ad attraversare la frontiera, e per avere dato da mangiare e da bere a cinquantasette di loro, Herrou era stato condannato a quattro mesi per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Mannoni, Ducos e Herrou non sono soli. Numorose associazioni, come il gruppo Roja Solidaire, e singoli cittadini, si sono mossi per promuovere una cultura dell’accoglienza dei rifugiati e un nuovo approccio alla gestione dei flussi migratori. Tutti hanno sempre rivendicato il carattere politico delle loro azioni, sostenendo che si trattava di un “dovere” e affermando che avrebbero continuato ad aiutare fino a quando a ognuno non fosse stata garantita una degna accoglienza. I loro gesti umanitari mettono a nudo l’estrema fragilità della stessa idea d’Europa per come si è evoluta nel Dopoguerra, con le sue istituzioni sfibrate da spinte contrapposte e incapaci di fare sintesi.

Il riconoscimento della validità dei gesti dei “solidali” è arrivato in modo informale, dal basso. Basti pensare alla folla che si era raggruppata fuori dal tribunale di Nizza per sostenere Herrou, quando era a processo. Ed é venuto anche il riconoscimento formale, dalla Corte costituzionale francese che, con la decisione presa il 6 luglio 2018, ha respinto la sentenza di condanna per Herrou affermando che “una persona è libera di aiutare gli altri, per uno scopo umanitario, indipendentemente dalla regolarità del suo soggiorno sul territorio nazionale, in nome del principio di fraternité”.

Continua a mancare, tuttavia, il riconoscimento della politica istituzionale. Di fronte alla decisione del Consiglio francese, il Rassemblement National parlava di un “attacco all’integrità della nazione”. E il ministro dell’Interno Gérard Collomb a parole si schierava con l’Alta Corte francese, ma poi firmava una controversa legge sull’immigrazione che riduce i tempi per presentare la domanda d’asilo e aumenta quelli della detenzione preventiva, anche per le famiglie e i minori. Il presidente Macron promuove politiche dell’immigrazione restrittive e proprio a Ventimiglia, dove si radica la storia di Herrou, e dove le ong denunciano sistematiche violazioni dei diritti umani, come la negazione ai richiedenti asilo della possibilità di fare domanda di protezione internazionale una volta superati i confini. E come i continui respingimenti, anche nei confronti dei minori che, invece, devono essere tutelati.

I casi emblematici dei tre “solidali” francesi mostrano le antinomie della congiuntura storica in cui si vive: l’azione dal basso – che vuole salvare l’idea di umanità, anche con il rischio di incorrere in procedimenti penali – non trova il riconoscimento ufficiale della politica, nonostante sentenze come quella del Consiglio. E in Herrou, Ducos e Mannoni si trovano anche le antinomie di un continente: si vede la società civile europea, aperta e solidale, contrapposta a quella che in massa sta scegliendo le forze populiste. Perchè non è solo una contraddizione del paese dell’Illuminismo, succede in tutta Europa: in Italia si chiudono i porti e si criminalizza il lavoro delle ong che operano nel Mediterraneo. In Ungheria, Orban promuove un pacchetto di leggi, la “Stop Soros”, che rende illegale aiutare i migranti irregolari che cercano di entrare nel paese.

Persone come Herrou, Ducos e Mannoni si inseriscono nel solco lasciato vuoto dalle istituzioni, sempre più sensibili alla retorica populista anche se ancora capaci di provvedimenti contro le violazioni dei diritti umani (il voto dell’Europarlamento contro Orban): un contorsionismo politico che sta mostrando con chiarezza la loro fragilità.

Criminalizzare i volontari o dequalificare le ong può essere una strategia utile ad alcuni governi ma per ora una risposta duratura e solidale a favore di soluzioni più umane alla questione migratoria continua a salire dal basso. “Se vedo chi è in difficoltà e ha bisogno, continuerò a intervenire e ad aiutarlo”, ripete Cedric Herrou. Com’è possibile che un gesto così fraterno sia diventato così dirompente nell’Europa del XXI secolo?

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