Europa: una leadership che si è dimenticata del consenso

Le generazioni del dopoguerra danno per scontati i benefici in termini di pace, sicurezza personale e prosperità materiale acquisiti dal processo di costruzione dell’Unione Europea. Allo stesso tempo c’è un vizio nella loro percezione del nostro tempo: hanno pensato che le complesse precondizioni necessarie allo sviluppo della democrazia fossero un dato permanente. La fine di un ciclo economico positivo ha scatenato contrasti di interesse tra i paesi europei e alimentato il risentimento verso le classi dirigenti. Per Maurizio Ferrera, studioso di welfare, istituzioni ed economia europee, autore di Rotta di collisione. Euro contro welfare? (Laterza, 2016) sono questi i fattori che hanno innescato una crisi della solidarietà e della coesione in Europa e provocato tendenze illiberali. La redazione di Reset lo ha intervistato.


Stiamo vivendo in una fase piuttosto lunga, che registra una progressiva disaffezione dalla democrazia. Come si spiega?

L’unicità del successo e dello sviluppo delle istituzioni liberal-democratiche ha anche rappresentato la loro più grande fragilità. Coloro che sono nati dagli anni ’50 in poi, sono la prima generazione della storia, in Europa e negli Stati Uniti, che non ha mai avuto l’esperienza di scarsità materiale e insicurezza personale. Questa condizione ha facilitato il rafforzamento delle istituzioni liberal-democratiche, ma anche portato a pensare che queste istituzioni potessero svilupparsi senza il bisogno di alcun sostegno politico o sociale. Quando la crisi economica ha cominciato a erodere le condizioni per lo sviluppo della sicurezza economica, i cittadini hanno iniziato a criticare pesantemente i propri governi, ritenuti incapaci di assicurare quella traiettoria di benessere che prima si dava per scontata.

Negli ultimi dieci anni, c’è poi stata la crescente sensazione di una minor sicurezza personale, per via degli attentati terroristici, ma anche dell’immigrazione. Per quanto quest’ultima non si accompagni sempre ad una maggiore criminalità, può creare insicurezza psicologica e culturale, visto che arrivano persone con usi, costumi e abitudini completamente diverse.

Chi non ha mai vissuto in contesti autoritari, non si rende conto che le istituzioni liberal-democratiche devono essere considerate un bene politico da sostenere perché assicurano lo stato di diritto, la libertà di pensiero e di voto. Nelle priorità dei cittadini questi beni sono scesi sempre più in basso: non solo non scaldano più i cuori, ma si è diffusa l’idea che se ne possa anche fare a meno.

È il fenomeno che Ortega y Gasset, nella Rebelion de las masas, chiamava il “bambino viziato”. Il bambino che si ritrova dei benefici di cui non ha percepito la difficoltà e le fatiche della realizzazione. La crescita economica ha fino ad un certo punto compensato questo vizio, promettendo sempre nuovi benefici, ma la tendenza benigna si è poi interrotta.

In realtà si è interrotta fino a un certo punto. La crisi economica ha generato nelle persone massicce ondate di privazioni relative intertemporali: non solo le persone sono convinte, e in parte hanno anche ragione, di essere arretrate rispetto allo status quo ante-crisi, ma credono di essere arretrate più degli altri, anche se non è vero. I sondaggi indicano che la sensazione di privazione relativa è diffusa fra tutti, proprio tutti, i ceti sociali.  Si tratta di un meccanismo psicosociale ampiamente conosciuto, che fa scattare frustrazione e aggressività sia verticale nei confronti di chi si ritiene abbia la responsabilità di reggere l’economia e la politica, sia orizzontale nei confronti di chi si pensa, a torto o ragione, sia arretrato meno di noi. Questo potenziale di risentimento è stato nel tempo sfruttato dai partiti populisti o antisistema, che non si sono infatti sviluppati al culmine della crisi economica o migratoria, ma subito dopo.

Le precondizioni che hanno reso possibile il grande ciclo democratico del dopoguerra non sono più un dato permanente, ma transitorio. Questo è un fatto obiettivo, non è più una percezione.

Più che un dato transitorio, un dato del presente, potenzialmente reversibile.

La lista dei dati di fatto obiettivi che hanno provocato la tendenza illiberale è lunga: il rallentamento dell’economia, le migrazioni, la rivoluzione tecnologica (che tra le altre cose complica i processi d’integrazione perché le identità culturali si preservano nei paesi d’arrivo grazie al fatto che la gente non perde più il contatto con la famiglia e l’ambiente di origine), i trasporti a basso costo; gli squilibri demografici, l’invecchiamento europeo…

Aggiungerei però altri fattori, che hanno alterato la scena politica e quella sociale, come la mediatizzazione della politica e la possibilità di contatti diretti, non mediati, tra leader e corpo elettorale. La società della seconda metà del ‘900 era, avrebbe detto Giovanni Sartori, “vertebrata”, cioè tra i cittadini/elettori e le élite di governo c’erano tantissime forme e attori di intermediazione, a livello locale e a livello nazionale. I primi a sgretolarsi sono stati i partiti, soppiantati da movimenti che non hanno una vera organizzazione e non garantiscono alcuna forma di socializzazione. Pensiamo al Movimento 5 Stelle e alla loro piattaforma “Rousseau”, grazie alla quale dicono di aver costruito dal basso il proprio programma; in realtà è stato sviluppato sulla base di questionari a risposta multipla. Attraverso questi mezzi è chiaro che non è possibile alcun tipo di socializzazione politico-culturale e di canalizzazione responsabile di interessi.

Alla crisi dei partiti aggiungiamo il declino dei sindacati e più in generale dei corpi intermedi. La “disintermediazione” è stata addirittura considerata come desiderabile e perseguita esplicitamente da parte di molti leader e di segmenti importanti della classe dirigente. Se è vero che le vertebre politiche della società civile possono anche creare fratture particolaristiche, è però anche vero che questo tipo di fenomeni tiene insieme una comunità politica.  Quando le persone non condividono più valori e interessi larghi, allora si scompongono in un’associazione di “cittadini-consumatori.

Questa visione della società e della democrazia è stata esplicitamente teorizzata dal neoliberismo e dall’ordoliberalismo, per cui la democrazia e il pluralismo sono elementi che provocano danni e devono essere addomesticati in modo da mantenere la competizione e la concorrenza. Quello che queste teorie non capiscono è che la politica, in particolare la politica democratica, non è soltanto soluzione di problemi, e quindi ricerca di disegni istituzionali che promuovano sempre e comunque l’efficienza, ma è anche organizzazione del consenso. Questo può anche necessitare di scambi politici che non sono economicamente efficienti. Non importa, a volte è il prezzo che bisogna pagare per preservare nel tempo la comunità politica. La politica, e non il mercato, è il primum movens, perché nessuno scambio di mercato può avvenire se non c’è la pace sociale e una minima condivisione di valori. Diceva Dahrendorf che alla loro nascita nelle città medievali, i mercati si tenevano nella piazza: da una parte c’era la chiesa e dall’altra c’era il palazzo del principe, o del Comune; cioè, era un luogo di scambio che avveniva all’ombra di un potere normativo e simbolico come quello della Chiesa, e di un potere politico e coercitivo come quello dello Stato, del Comune, della Signoria. Il mercato non può funzionare senza che ci siano valori che tengano assieme le comunità politiche, e senza un potere politico che crei le condizioni per il loro pieno sviluppo.

Lei ha parlato di questi fattori che hanno creato in passato le condizioni favorevoli che hanno reso possibile una prospera democrazia liberale Fino a che quei fattori spingevano il vento in una direzione favorevole, le cose andavano. Nel momento in cui il vento gira, si perde la coesione della comunità politica.

Sì, il vento spira nella direzione opposta. Nell’Unione Europea, durante la crisi è stato dilapidato il capitale di fiducia reciproca e solidarietà tra i paesi faticosamente accumulato nel corso di decenni. Un’Unione sempre più stretta, che è stato il valore fondativo negli anni ’50 del processo d’integrazione, era un modo per assicurare sia la pace sia la prosperità dei popoli europei. E prosperità non è solo crescita o abbondanza materiale, perché porta con sé l’idea liberale di miglioramenti continui – di “sviluppo” nel senso di Stuart Mill – che sono in linea con le aspirazioni e i progetti delle persone. Questo capitale si è disgregato e adesso l’Unione Europea appare come una cricca di élites che negoziano sulla base esplicita dei propri interessi particolari. A conferma di questo basta guardare alla Germania che, essendo la potenza egemone dell’Unione Europea, dovrebbe produrre dei beni collettivi e, invece, come denunciato da Habermas, Offe, o Joschka Fischer, non solo non svolge questo ruolo, ma mira esclusivamente a difendere i propri interessi di breve termine.  Pensiamo a quello che è accaduto con la pubblicazione sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung di una lettera firmata da diversi economisti che invitava il governo di Berlino a chiedere alla BCE, visti i rischi della situazione del nostro paese di interrompere l’acquisto dei bond italiani. Di fronte a questa richiesta sarebbe bastata una dichiarazione di Merkel che avesse confermato l’approccio di Mario Draghi del whatever it takes (a qualunque costo), e non ci sarebbe stata alcuna ondata speculativa. Il silenzio di Angela Merkel conferma che c’è stata un ripiegamento, sia all’interno dei paesi sia all’interno dell’Unione europea, verso gli interessi di breve periodo

Non abbiamo ancora trovato la risposta alla domanda sulla causa della cecità delle classi dirigenti democratiche. Noi stiamo analizzando fattori che, grazie agli strumenti di conoscenza a disposizione, politici e sociologici, sono alla portata di menti aperte, purché aprano anche le finestre sulla realtà. Pensiamo a quel che dice Michael Sandel, per esempio, quando è andato al Forum di Davos a dire: qui non capite qualcosa che è evidente, assolutamente evidente; c’è questo collasso della coesione sociale, c’è una vuotezza totale della politica, disidratata di ogni elemento morale, di ogni valore ideale. Oppure consideriamo lo stesso tipo di risposta che propongono da una angolatura diversa gli intellettuali con un orizzonte religioso: è chiaro che questo stato liberale, come l’avete pensato, è privo di sostanza morale che lo alimenti, quindi non riesce a riprodurre le condizioni della propria esistenza (Böckenförde).

Concordo sul fatto che la prospettiva liberaldemocratica abbia perso il proprio slancio normativo e la propria capacità di infondere valori, generare “visioni”. Ma non seguo Böckenförde se la sua tesi è che tale prospettiva sia priva di sostanza morale capace di alimentarla. Il liberalismo non è moralmente vuoto, ma per accorgersene occorre cogliere la doppia natura della moralità liberale. Da un lato, vi sono dei meta valori: la tolleranza del pluralismo, la protezione delle libertà personali, lo stato di diritto, le pari opportunità e la pari dignità di tutti gli individui, il suffragio universale e la sovranità popolare (le due componenti “democratiche” in senso stretto). Dall’altro lato, vi sono i valori per così dire derivati, che il liberalismo considera “veri”, niente affatto relativi. È vero che la discriminazione di genere è ingiusta, perché viola il principio della pari opportunità e della pari dignità. Xenofobia e razzismo sono credenze false. Un liberale ammette la libera espressione delle opinioni, ma non rinuncia ad assegnare torti e ragioni, ad affermare e difendere le proprie verità. Il carattere “accogliente” e “mite” dei valori cornice non deve indurre in errore. Quando difende i propri valori derivati, il liberalismo può e deve alzare la voce: pensiamo alla campagna di Stuart Mill contro “l’assoggettamento delle donne” e a favore del loro diritto di voto. O pensiamo alla “marcia di Praga” del 1989 e ai cartelli che chiedevano “verità” e “libertà”, due diritti cardine del liberalismo. Il liberalismo non è relativismo morale, come spesso si sostiene. Possiede le sue “verità” non solo nella cornice, ma anche al suo interno. Tollera le opinioni di tutti, ma ritiene che alcune siano vere, altre no, alcune siano meglio e altre siano peggio. Semmai la debolezza dei liberali è quella di non essere abbastanza chiari nell’affermare le proprie posizioni. O, prima ancora, di non avere fatto abbastanza lavoro per elaborare nuovi valori derivati a fronte delle imponenti trasformazioni sociali ed economiche degli ultimi decenni.

Resta il problema di spiegare la cecità, l’inerzia delle classi dirigenti, l’assenza di leadership.

Che manchi la leadership è un dato innegabile.  Dobbiamo considerare però che sono venute meno alcune delle condizioni che nelle fasi storiche precedenti facilitavano l’emergenza e l’esercizio della leadership. Fare il leader è più facile se si opera all’interno di confini relativamente chiusi. Negli anni ‘70 Robert Gilpin, un famoso economista americano, ha sostenuto che, negli anni aurei del dopoguerra, le economie, e quindi anche i sistemi politici dei paesi Ocse erano delle scatole nere collegate dai tassi di cambio. Quello che succedeva dentro le scatole nere gli altri non lo vedevano, o comunque c’era fortissima autonomia. Adesso non solo il tasso di cambio non c’è più perché abbiamo l’euro, la moneta comune, ma non ci sono più neanche i muri che dividono, cioè le economie nazionali e i politici nazionali non possono più spegnere la luce.

Per riuscire a esercitare una leadership in questo contesto bisognerebbe essere in grado di ricreare, a un livello sovranazionale, le stesse condizioni che consentivano l’esercizio della leadership nella seconda metà del Novecento, e quindi bisognerebbe costruire un’Unione Europea che sia un sistema liberal-democratico fortemente decentralizzato, ma che sia anche una comunità e non soltanto un’associazione fra interessi diversi, che si bilanciano fra loro nei negoziati fra  esecutivi nazionali.

Una leadership, che riesca a conciliare la necessità di tenere assieme la comunità politica e il sistema nazionale di riferimento, e al tempo stesso operi per costruire un nuovo centro politico sovranazionale, è difficilissima da esercitare.  L’investimento di potere in questa impresa rischia di essere una trappola, di far perdere consensi a livello nazionale senza effettive realizzazioni a livello sovranazionale. Questa trappola politico-istituzionale può essere sbloccata solo dall’attore egemone.

E questo attore sarebbe la Merkel.

Il problema è che Merkel non sembra intenzionata a cambiare il proprio approccio e anche le èlite intellettuali stanno impostando in modo aggressivo e derisorio la questione dei rapporti con gli altri Paesi. Ho parlato di queste cose con Habermas ed era molto amareggiato per la piega che aveva preso il dibattito pubblico tedesco. Sarebbe davvero interessante capire quali sono state le dinamiche che hanno dilapidato gli orientamenti alla Kohl e hanno fatto emergere uno Schäuble. La Germania, come sostiene Joschka Fischer, ha sempre cercato di risolvere i propri problemi “europeizzandoli”. Invece, dall’inizio della crisi in poi, ha cercato di fare il contrario, e cioè di “germanizzare” l’Europa. Quando Italia, Francia e Spagna proposero di stoppare subito la crisi con un meccanismo finanziario di stabilizzazione, Merkel rifiutò sostenendo che non avrebbe mai usato i soldi dei tedeschi per aiutare altri Paesi che si sono danneggiati da soli. Per quanto sia vero che i Paesi del sud abbiano speso troppo, ormai tutti gli economisti reputano che ciò che è successo dopo il 2009 è stato in larga misura causato dal fatto che l’unione economica e monetaria era disegnata male. Il rischio era sistemico e solo in parte determinato dalle scelte dei singoli paesi. In questo contesto negativo, fortunatamente emerge Macron, perché poi ogni tanto la storia ci regala dei grandi personaggi.

 

a cura di Chiara Galbersanini

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